Ossignore che voce.
E' consigliato parlare con gli sconosciuti ...
sabato 21 marzo 2015
domenica 15 marzo 2015
The lady sings the blues
Credo che, insieme a The Man Who Sold The World di Bowie rifatta e resa immortale dai Nirvana, molte delle interpretazioni di Odetta si possano annoverare nell'olimpo delle cover ancor più 'originali' dei brani originali.
L'intero disco Odetta Sings Dylan (1965) ne è la prova: la delicata trama chitarristica in The Times They Are A-Changin' eleva, se possibile, la canzone, rendendola ancor più preziosa. Il blues di With God On Our Side, che peraltro pervade tutto l'album: lo si annusa in ogni anfratto, lo si respira in ogni corda pizzicata.
Masters Of War porta ad un ulteriore livello di significato la parola 'sublime'.
E poi quella voce ...
E poi quella voce ...
sabato 14 marzo 2015
Musica per un società senza pensieri
Un viaggio. O meglio, un viaggio sognato. Guidati da una mappa immaginaria dove l'Ucraina confina con la Francia, dove è sufficiente aprire una finestra per rimirare tetti di pagode e giungle vaporose. Dove l'oriente può essere scorto attraverso un convergere di specchi e immediatamente dopo - mi volto, non fosse che per accertarmi della sua natura (miraggio? allucinazione? sogno? realtà?), sfugge alla presa per divenire altro. Gioco di metamorfosi e paradossi à la Borges, è già tempo di banjo e ukulele. O era un oud? Inutile che cerchi di seguire una rotta, perché qui non si tratta di trovare il filo d'Arianna per uscire dal labirinto. Il senso è perdervisi, gioiosamente e rinunciando alla tentazione di porre in categorie e di rinchiudere entro dei confini il flusso della musica e della vita.
Mauro Ottolini e sodali hanno il pallino dei viaggi immaginari: splendido il racconto musicale di Bix Factor (2012), incentrato, seppur con una serie di balzi temporali, sul jazz degli anni Venti americani e sui suoi protagonisti.
Qui il discorso viene ampliato, i materiali sono differenti, e più che di jazz verrebbe da parlare di musica 'folk', nella sua accezione di musica 'popolare', suonata dal popolo per il popolo: la narrazione scorre libera, innervando il corpo e il cuore di questa nostra (cara, vecchia) T/terra. Come a ricordarci che l'Orchestra della Società senza Pensieri siamo anche un po' tutti noi. Ciascuno, insieme a tutti gli altri, responsabile della propria musica, e del proprio contributo alla musica suonata insieme.
Un plauso particolare alla magnifica ed eclettica Vanessa Tagliabue York, in grado di passare come se nulla fosse dalla chanson al canto medio-orientale e quant'altro. Ad un certo punto sembra quasi di ascoltare la voce di Yma Sumac provenire in diretta: non dalle vette andine ma dalla Malesia salgariana.
Una magia che speriamo si ripeta in un ipotetico Volume 2.
Qui si può trovare la storia dell'Orchestra della Società senza Pensieri.
"Innanzitutto ci chiediamo: potrebbe esistere ai giorni nostri un'Orchestra della
società senza pensieri, visto che a quanto sembra la nostra società di pensieri
ne ha fin troppi? E come dovrebbe essere la musica per una società senza
pensieri?
Noi vogliamo una musica che aiuti ad ascoltare quello che è diverso
da noi, con un atteggiamento di interesse e curiosità; una musica che ci
consenta di comunicare con gli altri quando le parole non bastano; una musica
che raccolga dentro di sé tutto il paesaggio sonoro della civiltà in cui
viviamo, dai suoni della pietra a quelli del mare. Ci vorrebbe una musica capace
di far ballare e cantare tutti i popoli sotto un unico cielo, su uno stesso
fazzoletto di terra, ognuno nella propria lingua e al ritmo della propria gente,
ma insieme. Fantasia e realtà ancora una volta si abbracciano per dare vita a
un'avventura straordinaria in cui non ha più importanza sapere dove finisca
l'una e dove cominci l'altra. Siamo tornati indietro di un secolo e abbiamo
riscoperto delle cose che altrimenti sarebbero cadute nell'oblio: per noi questa
orchestra è diventata la chiave per aprire una porta".
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mercoledì 4 marzo 2015
Magic mushrooms? Nah, Vizio di forma!
Un noir psichedelico con attori, regia e colonna sonora da urlo: un detective fattissimo - uno splendido e mai così esilarante Joaquin Phoenix - al posto del Philip Marlowe o Sam Spade di turno, ed un immaginario hippy/lisergico al posto di uno legato al proibizionismo e ai gangster.
Non chiedetemi cosa succede nel film però. Anche perché potrebbe essere stato frutto di un'allucinazione collettiva ... così come la presenza di Joanna Newsom ;-)
N.B.: l'uso non solo ambientale della musica...Vitamin C dei Can si sente quasi per intero, non soltanto creando uno sfondo sonoro per le sequenze senza dialoghi ma facendo anche da contrappunto agli scambi tra i personaggi ...
sabato 21 febbraio 2015
In attesa di Carrie & Lowell ...
Sufjan Stevens
Live @ Austin City Limits,
17 settembre 2006
The Lord God Bird
Casimir Pulaski Day
Jacksonville
The Predatory Wasp Of The Palisades Is Out To Get Us!
Detroit, Lift Up Your Weary Head! (Rebuild! Restore!
Reconsider!)
A Good Man is Hard To Find
The Dress Looks Nice On You
Chicago
Ho sentito il nuovo singolo, No Shade In The Shadow Of The Cross, e apparentemente il ritorno al folk è cosa certa ... speriamo bene, perché il Sufjan elettronico che abusava di autotune (The Age Of Ads, bbbbrrrr) mi sembrava un clone dell'originale ...
P.S.: qui c'è una toccante intervista che spiega la nascita e il processo, non solo creativo, alla base del disco. Un Sufjan più nudo che mai.
"I'm being explicit about really horrifying experiences in my life, but my hope has always been to be responsible as an artist and to avoid indulging in my misery, or to come off as an exhibitionist. I don't want to make the listener complicit in my vulnerable prose poem of depression, I just want to honor the experience. I'm not the victim here, and I'm not seeking other peoples' sympathy. I don't blame my parents, they did the best they could".
P.S.: qui c'è una toccante intervista che spiega la nascita e il processo, non solo creativo, alla base del disco. Un Sufjan più nudo che mai.
"I'm being explicit about really horrifying experiences in my life, but my hope has always been to be responsible as an artist and to avoid indulging in my misery, or to come off as an exhibitionist. I don't want to make the listener complicit in my vulnerable prose poem of depression, I just want to honor the experience. I'm not the victim here, and I'm not seeking other peoples' sympathy. I don't blame my parents, they did the best they could".
giovedì 19 febbraio 2015
Song for Aslan
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martedì 17 febbraio 2015
domenica 8 febbraio 2015
giovedì 5 febbraio 2015
Fuoco nero, nuovi spiriti
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lunedì 26 gennaio 2015
Pensare l'impossibile
D'accordo. L'unico Roth che un poco conosco e che ho letto è il Joseph de La Leggenda del Santo Bevitore e de La Cripta dei Cappuccini. Purtroppo non sono per nulla familiare con l'opera di Philip Roth; cercherò di rimediare, per quanto mi sarà possibile.
Ma quando leggo articoli come quello di Pierluigi Battista uscito su Corsera di oggi - "Gli anticorpi liberali che ci difendono contro la censura", inizio in prima pagina e continuazione a pagina 25 - non riesco a reprimere un moto di frustrazione e fastidio. A maggior ragione in un momento storico come questo in cui, visti i recenti avvenimenti - ISIS, ostaggi barbaramente uccisi in mondovisione, attentati terroristici a Parigi - si tende a fare abbuffate bulimiche di bei paroloni, usati spesso a sproposito per colmare una mancanza di idee realmente nuove e creative, e forse, anche, per riempire un vuoto identitario che è tutto nostro, dell'occidente. Finché ci si trincera dietro a slogan e ad espressioni astratte come "i nostri ideali", "libertà", "giustizia", "libertà d'espressione", "pace", "dialogo", "integrazione", cercando di spiegarli e di dare loro un senso ritornando tautologicamente alle parole stesse, certo di passi avanti non possiamo sperare di compierne. Reali passi avanti. Di sicuro ci si sente più vicini, con la sensazione di appartenere, di essere tutti membri della medesima civiltà, al di là delle differenze etniche e religiose - vedi manifestazione parigina dell'11 gennaio - a fare fronte comune contro il "Terrorismo" e i "Nemici della libertà".
Senza dubbio, però, fintanto che non ci si mette in questione in prima persona, compiendo un sano, utile (ma ahimè inusuale) atto di auto-osservazione, non possiamo davvero interrogarci sul significato che hanno per noi quelle parole e quei valori, e per noi in relazione ad altri, popoli, paesi, culture. "Altri" che entrano nelle nostre case e nelle nostre vite in maniera più e meno pacifica. Si parla tanto di 'dialogo' ma ho come l'impressione, sempre più viva, che tale dialogo si risolva per lo più a favore di uno solo degli interlocutori, di una delle metaforiche parti in causa. E allora non è più dialogo. Però diciamocelo.
Nell'articolo citato, facendo riferimento all'episodio dello scrittore ebreo Philip Roth, accusato nel 1959 di antisemitismo a motivo del contenuto di alcuni suoi romanzi (accusa giunta dallo stesso mondo ebraico, e forse anche comprensibile se consideriamo il periodo storico immediatamente post-Shoah, Norimberga, creazione dello Stato di Israele), si parla di "dialettica tra oltraggio e difesa di un'identità religiosa, tra trasgressione e desiderio di far rientrare nei ranghi l'eretico". Tuttavia, quando l'ho letto, ho avuto la forte sensazione che l'autore utilizzasse alcuni termini - "dialettica", "e/e" - ma senza realmente credere nel loro significato. O meglio, intendendo implicitamente un "o/o", e schierandosi apertamente in difesa di una delle due polarità. Come detto sopra, 'parole parlate' e non significate.
Io credo che la libertà sia un concetto e un ideale bellissimo, in nome del quale sono state combattute migliaia di battaglie e sono stati versati fiumi di sangue (abito in Lombardia, e l'espressione "Se non fosse stato per gli americani, ora qui parleremmo tutti tedesco" mi è molto familiare). Ma la "libertà", in quanto idea, valore, sentimento, può essere declinata in innumerevoli modi diversi, a seconda degli ambiti della vita, dello status socio-economico degli individui, del periodo storico, del contesto territoriale, geo-politico e culturale. Più che di valori universali preferisco pensare ad "universi di valori": ideali che hanno una storia, sono ben piantati in un contesto sociale, culturale e storico, configurandosi come locali.
A mio parere, se non partiamo da questo primo riconoscimento diventa poi difficile ammettere che all'interno di un dialogo autentico e di una vera dialettica uno dei due punti non si elida a favore dell'altro. Si dialoga quando, come interlocutore, mi muovo davvero verso l'altro e cerco di immaginarmi le sue ragioni, ascoltando quel che ha da dire, e facendovi spazio dentro di me. Non è semplice, anche perché non siamo abituati a farlo, così preoccupati di dire la nostra e di "chiarire all'altro le nostre ragioni", occupandoci solo di controbattere e di legittimare la nostra visione delle cose.
Ma quale "altro", se non lo ascoltiamo e non lo riconosciamo come interlocutore degno di un confronto? In questo modo, finisce che ce la suoniamo e ce la cantiamo. Ma di certo non dialoghiamo. Monologhiamo, caso mai, in maniera etnocentrica. E questo "altro" non deve essere necessariamente di un'altra etnia o provenienza geografica, può anche incarnarsi nel volto del vicino di casa, del collega di lavoro, di quello - amato - di un amico o di un familiare. Per questo, qui accanto, nello spazio virtuale del mio blog e mentale del mio sentire, ho sentito l'urgenza di affiancare alla frase di George Orwell sulla libertà (per lui coincidente con la libertà di espressione e scrittura) quella di Bergoglio sul tanto chiacchierato "pugno". Perché è nella loro coesistenza che tento di trovare una o più chiavi di lettura a quel che sta accadendo, e non nell'esaltazione fanatica e a senso unico di concetti e ideali - pur positivi e degni - che però fanno riferimento ad un solo modo di vivere la vita, ad un unico universo di valori, con l'esito di un appiattimento delle differenze in nome di una sbandierata (e consumata, poverina) "libertà".
A proposito dell'India Tiziano Terzani ci ricordava che "Col suo solo esserci [...] rammenta a noi occidentali che non tutto il mondo desidera quel che noi desideriamo, che non tutto il mondo vuole essere come noi siamo"; e, riguardo alla guerra combattuta dagli Stati Uniti insieme agli 'alleati' in Afghanistan dall'ottobre 2001, ci ricorda ancora - e ne abbiamo tanto bisogno - che "[...] chiamiamo realtà quel che percepiamo attraverso i nostri sensi, i nostri pregiudizi e le nostre idee fisse".
Come diceva umilmente, ancora, il buon Terzani, mi rendo conto al contempo di quanto sia semplice la posizione di 'osservatori pensanti' non obbligati a prendere delle decisioni che avranno un effetto, sempre imprevisto e non prevedibile, su sistemi più ampi.
Per quel che può valere, sulla scrivania di casa ho Shah-In-Shah di Ryszard Kapuscinski, Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani e Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, oltre ad un'edizione tutta sciccosa di 1984 che ammicca dalla mia mensola, accanto a Fahrenheit 451 del caro Bradbury. Pur nella diversità di contesti, tempi e periodi storici che attraversano (e che li attraversano), queste opere non cercano di ridursi l'un l'altra in cenere. So che, purtroppo e per fortuna, gli individui e i sistemi umani sono ben più complessi. Ma, come si diceva all'inizio, forse è il caso di accogliere come un dono tale complessità, che non è sinonimo di relativismo ma di riconoscimento della differenza e autentica disponibilità al confronto aperto, che prevede l'ascolto dell'Altro, ma anche e in primo luogo l'osservazione critica di se stessi. Osservazione che, ricorsivamente, può essere compiuta solo in relazione ad un Altro diverso da me, che mi rimanda e mi ricorda la nostra diversità e quindi mi parla, in una certa misura, anche di me.
D'altra parte, i libri sono 'soltanto' libri, carta stampata o bytes su un computer, e diventano vivi solo in relazione con un lettore o con un pubblico di lettori. Soltanto, dunque, all'interno di un dialogo autentico, le idee, i sentimenti, le storie in esso contenuti prendono vita e possono sperimentare il sogno di coesistere civilmente e creativamente nella testa e nell'immaginazione di chi legge. Contaminandosi, ibridandosi e dando origine a forme nuove. Noi, insieme ai nostri amati libri.
Concludo lo sproloquio con una domanda, che per prima rivolgo a me stessa: c'è davvero qualcosa o qualcuno da cui dobbiamo difenderci?
NOTA: le immagini qui riportate sono opera di un grande "pensatore dell'impossibile", Maurits Cornelis Escher.
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