Chi mi conosce sa quanto mi facciano impazzire i progetti meticci, quelli che mescolano 'alto' e 'basso' (prendete l'utilizzo di questi termini come pure suggestioni e non, evidentemente, come giudizi di valore).
Tutto l'hip-hop che si ibrida col jazz e col funk in primis. E poi quei musicisti come Miguel Atwood-Ferguson, che per quanto mi riguarda occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore, fosse semplicemente per quel Suite For Ma Dukes, il concerto in onore del rapper e produttore americano prematuramente scomparso nel 2006, J Dilla. Un'orchestra di 60 elementi, con ospiti di spicco del mondo hip-hop, impegnati non soltanto nel rendere omaggio ad un musicista venuto a mancare troppo presto, ma - osservando l'evento da una maggiore distanza emozionale - nel trasmutare quei frammenti di intuizioni ritmico-melodiche in altro.
Ne riparlo volentieri, a distanza anche temporale dall'uscita (2010), grazie ad un ottimo pretesto:
Non sono mai stata un'amante dell'hip-hop californiano, troppo cazzaro per i miei gusti più nerd e politicizzati da East Coast. Di Dr Dre ricordo la presenza in California Love di Tupac Shakur (altro nome che non mi ha mai fatto impazzire), uno dei tormentoni ai tempi di MTV negli anni '90.
Questo progetto però mi è immediatamente apparso figo, già dalla foto di copertina, da cui fa capolino il logo dell'etichetta (TruThoughts), una garanzia. Ottimi i musicisti coinvolti, a cominciare da quel Sly5thAve a cui il disco è intestato (all'anagrafe Sylvester Uzoma Onyejiaka, sassfonista jazz di ampie vedute): un suono favoloso, caldo, impasti funk-orchestrali che si innestano su beats lenti e avvolgenti. Puro zucchero.
Nel mentre ne scovavo la versione integrale su YouTube, mi imbattevo in codesto ulteriore zuccherino:
Altro omaggio a J Dilla, reso da questa Abstract Orchestra della cui esistenza apprendo solo in questo momento. Ad un primo ascolto mi pare roba buona. Buoni ascolti!
Le blue notes sono note particolari che si trovano nel jazz e nel blues. Si tratta di note abbassate di un semitono, cioè suonate o cantate in maniera calante. Gli europei le battezzarono blue notes, cioè note tristi, per dare un nome al senso di nostalgia e straniamento che colpiva l'ascoltatore. Musiche così malinconiche, sospese, cariche di possibilità: concepite non nelle provette dei salotti ma a partire dallo sporco, dal sudore, dalle lacrime e dalla voglia di redenzione di un intero popolo, prima eradicato, poi venduto e schiavizzato, infine segregato. Moonlight inizia sulle note della canzone di Boris Gardiner, "Every Nigger Is A Star", un pezzo soul. Il primo 'white man' in Moonlight lo si vede, messaggio chiarissimo, verso la fine e fa la comparsa in un ristorante.
Tuttavia Moonlight è un film universale come pochi. Violento come pochi. Delicato come pochi.
Le vicende narrate potrebbero rappresentare fatti e storie che avvengono ovunque: la violenza persecutoria del gruppo nei confronti del membro fragile/diverso, il tema dell'identità, della scelta, dell'affettività possibile in un contesto dove predominano il machismo, l'omofobia e l'enfasi sulla dimensione fisico-aggressiva come modalità comunicativa e di inclusione/esclusione.
Al contempo è un'opera estremamente radicata in un contesto storico e socio-culturale, parabola triste e poetica di un negletto tra i negletti. Ambientato a Liberty City, periferia nord di Miami popolata per la quasi totalità da afroamericani e da immigrati di origine ispanica, con tassi di criminalità altissimi, Moonlight parla il linguaggio degli esclusi, dei non visti, di coloro che devono prima scendere all'inferno per poi, forse, trovare un'opportunità di riscatto e salvezza. A quale prezzo e con quali sacrifici sono il conto faustiano da aspettarsi in cambio.
Blue songs are like tattoos You know I've been to sea before Crown and anchor me Or let me sail away Sceglimi, ancorami, o lasciami andare via sulle onde del mare.
"Alla luce della luna i neri sembrano blu", dice Juan al piccolo Chiron, poco prima di battezzarlo nelle acque dell'oceano e di farlo simbolicamente (ri)nascere. Il dono della vita insito nel gesto di qualcuno che, per la prima volta, 'ci vede'.
La luce della luna mette in risalto le sfumature: cadono maschere, ci si sente nudi e onesti. Senza paura di mostrarsi nelle proprie intime fragilità.
Blue here is a shell for you Inside you'll hear a sigh A foggy lullaby There is your song from me
Blue, eccoti il riparo di una conchiglia, dentro vi ascolterai un sospiro, una ninnananna caliginosa: la mia canzone per te.
Blue di Joni Mitchell pare scritta apposta per seguire le tappe di questa educazione sentimentale.
Quali alternative, quali sentieri di crescita possibili in un mondo dove il maschile non sembra conoscere linguaggio altro se non quello dell'ostentazione distruttiva della legge del più forte, un maschile terrorizzato anche dalla sola idea di tenerezza, e che quand'anche conosca un linguaggio affettivo finisce per sporcarsi e per contraddirsi (Juan, un 'deviante' come miglior modello di riferimento disponibile)? Un mondo dove il femminile-materno non ne esce granché meglio, con una madre tossicodipendente e maltrattante ed un'altra figura, più positiva, che tuttavia non può accudire e proteggere sino in fondo (Teresa).
Che persona voglio diventare?, sembra più volte chiedersi Chiron, in quei primi piani profondamente espressivi e dolenti di lui che si guarda allo specchio e vede un ragazzino perdente e perduto: naso rotto, sanguinante, volto che è un campo di battaglia di ferite, anche emotive, soprattutto emotive. La vergogna che si tramuta in rabbia, in quello che è lo snodo decisionale della storia.
Hey Blue, here is a song for you Ink on a pin Underneath the skin An empty space to fill in Well there're so many sinking now You've got to keep thinking You can make it thru these waves Acid, booze, and ass Needles, guns, and grass Lots of laughs lots of laughs Everybody's saying that hell's the hippest way to go Well I don't think so But I'm gonna take a look around it though Blue I love you Hey Blue, ecco una canzone per te. Inchiostro su di un ago, sotto la pelle. Un vuoto da riempire. Tante, tante volte la sensazione di affondare, ma tu devi pensare che puoi farcela in mezzo a queste onde. Acido, alcool, sesso, aghi, pistole, erba, ma anche un sacco di risate. Tutti dicono che l'inferno è il posto più alla moda dove andare, beh io non ci credo, ma darò un'occhiata. Blue, io ti amo. Per fortuna, come nel jazz e nel blues le note blu aprono spazi di poesia in cui perdersi, respirare e ritrovarsi, anche Chiron si ricorda a un certo punto di essere, dopotutto, un centauro: corpo di animale ma cuore di uomo, che batte, e non si è ancora annerito del tutto. Scopre, grazie allo sguardo di Kevin e al ricordo di una notte che si è impressa come un tatuaggio sulla sua pelle, di avere ancora (di avere sempre avuto?) il cuore blu.
Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l'aria entrava nella santa dimora di Dio. -- "Ragazzo negro", Richard Wright
Il miracolo si ripete, doppio: il ritorno, dopo quattordici anni, di D'Angelo, e l'incanto in meraviglioso equilibrio tra (neo)soul, jazz, funk e hip-hop che è Black Messiah.
Dopo i riti voodoo ecco tornare il Messia.
Ciliegina finale di un anno musicalmente, a mio parere, molto ricco.
Appiccicoso. Inizia col rimanerti leggermente attaccato alla punta dei pensieri, facendo echeggiare la tua privata tappezzeria mentale con vibrazioni e giri di basso. Appena dopo scopri che il pestare della batteria ti risuona di continuo nell'orecchio destro. E poi pensi a quanto appaiano distanti eppure così affini questi due personaggi che si aggiustano gli occhialetti da nerd. Perché la voce di Costello, specie quando è occupata a disegnare quelle traiettorie così smaccatamente zuccherine e sentimentali (Tripwire, If I Could Believe: una Let It Be aggiornata al 2013), che possiede caratteristiche tali da rendertela potenzialmente irritante, riesce invariabilmente a smuovere qualcosa?
Boh. So solo che il mio dito ha appena cliccato, come fosse la cosa più naturale del mondo, sul tasto 'aggiungi al carrello'. Versione deluxe con bonus tracks (strepitose).
Mark Lanegan - Imitations (Vagrant Records, 2013). Sono una debole, d'altro canto voglio essere sincera: se non posso riavere indietro il Lanegan di The Winding Sheet, Whiskey For The Holy Ghost e Field Songs, allora non mi lamento di questo ritorno alle cover d'autore. Avrei preferito una veste ancor più essenziale, alla maniera del sublime I'll Take Care Of You, ma non si può avere tutto, no? E comunque sentirlo cantare a quel modo Brompton Oratory di Nick Cave è una gran bell'esperienza emotiva ancor prima che uditiva.
Kelompok Kampungan - Mencar Tuhan (1980, rist. Light In The Attic 2013). Trattasi di una gemma ristampata dalla ormai imprescindibile Light In The Attic. Come dei Jethro Tull orientali, avvalendomi dell'orrido gioco dei riferimenti semplicemente per dare un'idea di come possa suonare una band indonesiana dal nome semi impronunciabile, che si divertiva a suonare progressive folk nella terra natìa durante gli anni settanta-primi anni ottanta. Da ascoltare. Credo che i giapponesi Ghost un orecchio o due glielo abbiano anche prestato.
Mulatu Astatke - Sketches Of Ethiopia (Jazz Village, 2013). Quanto ti ho atteso, Mulatu!!! L'ho potuto ascoltare soltanto una volta, e per giunta distrattamente. Indi per cui dovrò riparlarne. L'impressione è comunque buona, forse con un pizzico di maniera in più rispetto al precedente. Ma all'icona dell'ethio-sound possiamo certo perdonarlo. Le vette per ora mi sembrano poste in apertura, la splendida Azmari, le incalzanti Gamo e Hager Fiker, e in chiusura, la collaborazione con Fatoumata Diawara, la leggiadra Surma. Se volessero farmi felici questi due farebbero un intero disco insieme.
Tiganà Santana - The Invention Of Colour (Ajabu!, 2013). Da dove è sbucato questo ragazzo dovete chiederlo al rabdomante Borguez (grazie!). Che miracolo un disco del genere nel 2013! E' vero, fa venire in mente l'anima nera di Milton Nascimento, ma pure l'elegante intensità di un Terry Callier in giro per i sentieri dell'Africa Occidentale. Un preziosissimo ponte Africa Brasil, come da suggestione Jorgebeniana.
Jon Lucien - Rashida (RCA, 1973). Autentico capolavoro di quel soul venato di jazz e di inflessioni caraibiche questo di Jon Lucien. Ancor più bello e ispirato del successivo Mind's Eye (1974).
Mavis prodotta da Jeff Tweedy sta diventando una sorta di esperienza-sorella minore del sodalizio artistico ed umano che ha legato Rick Rubin e Johnny Cash in occasione delle American Recordings. Portando avanti il discorso iniziato con You're Not Alone (2010), One True Vine si pone come la sola sintesi di soul, gospel e folk che può ancora avere un senso nell'anno 2013, interpretata, arrangiata e prodotta con gusto unico e tocco sublime.
E poi scusate, ma che scelta tremendamente azzeccata è Holy Ghost dei Low, qui svelata in tutta la sua anima gospel?
Willie Wright - This Is Not a Dream (Green Coil Records, 2012)
Non è un sogno, è il primo album di Willie Wright da 34 anni a questa parte! Legittimo che possiate obiettare: e chi fu costui? In effetti questo Carneade della musica black mi è rimasto ignoto sino a quando non mi sono imbattuta nello splendido Telling The Truth (1978), ristampato dalla Numero Group poco tempo fa. Ovvero: un blend aromatico di soul, jazz, folk ora acustico ora corale-orchestrale, ora Terry Callier, ora Ritchie Havens, ma con un'impronta musicale ed interpretativa personalissima, innervata di un coraggio e un'umiltà di fondo davvero ammirevoli.
Anche decontestualizzata, questa è musica che libera. E, in quanto a tematiche, purtroppo ancor oggi attuale.
Consigliatissimo l'acquisto: il libretto è molto ben fatto, ricco di informazioni su musicisti e contesto storico-politico. Esiste anche una versione libresca apparentemente altrettanto succulenta, che raccoglie tutti gli artwork delle copertine degli LP originali.
Ascoltato quattro volte consecutive in due giorni. Finalmente il disco che volevo da loro, dopo aver dato prova di essere musicisti di assoluto livello nelle recenti ed ottime (Lloyd Miller) se non eccellenti (Mulatu Astatke) collaborazioni. Malcolm Catto non solo pesta ma provvede ad un apparato ritmico assolutamente notevole, il tutto nella consueta miscela di electro, funk, jazz-hop, dub e beat conturbanti. Con un senso globale di coesione che non mi aspettavo e che trascende il pur ottimo ma a mio parere frammentato Out There (Now Again, 2007). Sono passati sei anni, l'esperienza e la saggezza accumulate si percepiscono immediatamente. Applausi.
Classico disco schivo, che non si concede al primo ascolto ma che riserva meraviglie. Un po' come la sua titolare, la splendida Rokia Traoré, meno sorniona di una Fatoumata Diawara e più enigmatica di una Oumou Sangaré, ma con una personalità interpretativa e compositiva fuori dal comune. Così come aborro i tentativi di colonizzazione come quello compiuto da Auerbach (sul mio blog è il nome della settimana), allo stesso modo apprezzo gli esempi di produzione 'saggia' come questa ad opera di John Parish, che come di consueto non calca la mano e si limita a rifinire valorizzando le (già cospicue) risorse a disposizione.
Immagino che ciascuno di noi abbia dei luoghi dell'anima preferiti. Alcuni ne fanno una questione di irrequietezza esistenziale, non riuscendo (volendo?) a mettere radici e trovando la loro ragion d'essere nel perenne vagare. Altri, pur provando una antropologica curiosità per il mondo intero, al viaggio sostituiscono la vacanza, e si accontentano pigramente di luoghi della mente, da vezzeggiare e da cui farsi coccolare. E poi, fortunatamente, c'è tutto un arcobaleno sfumato e variegato di persone, che viaggiano per i più svariati motivi, talvolta anche restando ferme.
E se, assecondando tali fantasticherie, provassimo a pensare alle musiche che identifichiamo con, o che aiutano a raffigurarci, i nostri territori speciali, quelli nei quali troviamo piacevole o intrigante vagabondare. Delle immagini, dei frame in movimento che prendono forma nei nostri scenari mentali grazie a pennellate di note, che a loro volta divengono ancor più ricche e coinvolgenti, in una parola nostre. Più che delle semplici reveries, questi scenari diventano parte di noi e del modo stesso col quale ci relazioniamo con il mondo e con noi stessi. Finisce che ci affezioniamo a loro, sorta di fantasie sul punto di tramutarsi in aspettative, al punto da temere di avventurarci al di fuori dei loro rassicuranti confini, prefigurandoci una 'realtà' che non sarà mai all'altezza.
Seguendo queste suggestioni, credo che al momento i miei due luoghi musicali favoriti siano il Mali - metteteci dentro Ali Farka Toure, tutti quei meravigliosi chitarristi e griots, il fascino irraggiungibile di Timbuctu e del Niger, il Festival Au Désert, e chissà cos'altro - e la Louisiana. Sì, la Louisiana. Perché più ascolto musica che lì è stata fecondata, incubata e allevata, e più mi convinco che le sue terre rappresentino un punto di convergenza degli influssi più diversi e lontani, una sorta di utero del meticciato. E qui, mentre scrivo, suggestioni visive anche assai distanti le une dalle altre si materializzano, da immagini sbiadite e in bianco e nero di campi di cotone, a paesaggi paludosi tra l'apocalisse e la sopravvivenza dolorosa e fiera a là Beasts Of The Southern Wild, sino alle luci scintillanti delle insegne dei locali e all'allegria carnascialesca di Bourbon Street. E' un territorio tutto mio, che, per forza di cose, mentre scrivo sto anche un po' condividendo (perdendo?). E' un luogo dove convivono le brass band di ottoni, tanto quelle storiche quanto quelle giovani; dove il jazz si fa blues ma al contempo è tutt'uno con il funk; dove la voodoo music e gli antri più misteriosi risiedono, da bravi vicini di casa, accanto al bluegrass coi suoi banjo trillanti e violini malinconici. Un luogo musicale della mente cui lo scrivere e il descrivere non renderanno mai giustizia. Ma ci si prova. Si tenta di acchiapparne un flash, un pezzettino. Temo, però, che sia come cercare di imprigionare una fata.
Ad ogni modo, eccovi la mia Louisiana:
Louis Armstrong - New Orleans Nights (1954).
Per entrare in atmosfera. Tra parate carnevalesche e veglie funebri.
New Orleans Funk: The Original Sound Of Funk Volume 2 (2008).
Selezione cremosa e gustosa della Soul Jazz.
The Hot 8 Brass Band - The Life & Times Of... (2012).
Una brass band che non rinnega le proprie radici ma non finge che la musica nera non sia andata avanti. Perchè resister non si può, al ritmo del jazz...e dell'hip-hop!
Preservation Hall Jazz Band - St. Peter & 57th St. (2012).
Un live registrato lo scorso anno, clamorosamente bello, per la storica brass band di New Orleans, rinnovata nel suo organico e apertissima alle collaborazioni (My Morning Jacket, Steve Earle, Mos Def, Allen Toussant).
Preservation Hall Jazz Band - 50th Anniversary Collection (2012).
Cofanetto quadruplo in onore del cinquantennale di attività della band. Da buttare giù tutto d'un fiato, senza quasi rendersene conto.
Funk Off - Jazz On (2007). Una marching band fiorentina che ha inciso per Blue Note. Per ingannare gli stereotipi.
Sweet Emma Barrett - Sweet Emma Barrett & Her New Orleans Music (1963). Down in Dixieland. Lei al pianoforte: portentosa, vulcanica.
Willie Nelson & Wynton Marsalis - Two Men With The Blues (2008). Per entrare a New Orleans direttamente dalla porta principale. Da trionfatori.
Dr John - Dr John's Gumbo (1972).
Un classico. Parte Iko Iko e sei già perduto.
Mama Rosin - Black Robert (2009). Rock'n'roll, cajun, bluegrass, zydeco. Esplosivi.