Tenete conto che, per me, la discografia di Ali Farka Touré (sempre sia lodato, e mai comunque abbastanza) si aggira mediamente tra il 9 e il 10. Di certo le ultime uscite, insieme a Toumani Diabaté (In The Heart Of The Moon e Ali & Toumani), entrambe di una grazia inaudita, rappresentano due tasselli imprescindibili dell'arte del Nostro. Ma ho l'impressione che l'ultima incisione in studio a nome Ali Farka Touré, Savane (2006), sia passata quasi inosservata, un poco in sordina. Invece, riascoltandolo a più di dieci anni di distanza, si (ri)scopre un album di bellezza incredibile.
La title track è uno dei blues più intensi che abbia mai interpretato. Soya è un brano Mande gioioso e incontenibile; Machengoidi è invece la versione originaria del pezzo poi riproposto in versione acustica con Toumani. E poi qua e là spruzzate di sax e voci della sua gente (N'Jarou): quanto splendore.
Fa male al cuore pensare che Ali ci abbia lasciati poco dopo le sessions dedicate a Savane. Ma c'è da sentirsi fortunati sapendo che Ali is here, comunque.
Live @ Teatro dell'Arte, Triennale di Milano, 06.11.2016
Ecco a voi: Shabaka Hutchins e sodali, per uno dei concerti più memorabili a cui abbia mai assistito.
Nell'ambito della rassegna JazzMilano (che si è fregiata di un logo disegnato nientepopodimenoche da John Lurie), gli inglesi Sons Of Kemet, capitanati dal giovane sassofonista Shabaka Hutchins (già con Melt Yourself Down, The Comet Is Coming), suonano per un'ora e mezza tiratissima il loro jazz-funk che mescola un immaginario spiritual-fantastico degno di certo free-jazz dell'epoca d'oro con ritmiche tribali e telluriche che, nel complesso, riportano Sun Ra e compagnia a danzare coi piedi ben piantati a terra.
Due batterie si scambiano ruoli e ritmi, separando e intrecciando i battiti, creando trama e ordito per le scorribande del sax di Shabaka e per la tuba di Theon Cross, che suonano come forsennati, senza prender fiato, con un approccio direi ritmico allo strumento.
Il pubblico è sbalordito, io pure.
Clamorosi.
(le foto sono di Rolling Stones Italia)
Discografia consigliata:
- Sons Of Kemet - Burn (Naim Jazz Records, 2013)
- Sons Of Kemet - Lest We Forget What We Came Here To Do (Naim Jazz Records, 2015)
- Shabaka & The Ancestors - Wisdom Of Elders (Brownswood Recordings, 2016)
"Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l'aria entrava nella santa dimora di Dio".
"(Vi sono certe cose elusive, profonde, recondite, che un uomo trova difficile dire ad un altro uomo; ma per i negri son le piccole cose della vita che riescono difficili a dire, poiché son queste minute voci che formano il suo destino.
Un uomo cercherà di esprimere il suo rapporto con le stelle, ma quando la coscienza d'un uomo è fissata sull'ottenere una pagnotta di pane, quella pagnotta di pane diventerà importante quanto le stelle)."
Chi mi segue da un po' è a conoscenza della mia passione per quella musica denominata ethio-jazz, il cui suono magnetico, duttile e aperto alle contaminazioni è stato portato negli ultimi anni alla ribalta dalla superba collana Ethiopiques, curata dalla parigina Buda Musique. Gli illuminati di questa label si sono letteralmente immersi nella (ri)scoperta e nella pubblicazione per un più ampio mercato di un autentico patrimonio artistico-musicale, quello delle balere di Addis Abeba e della vicina Eritrea. 'Balere' detto nel senso più nobile del termine, come luogo sociale di incontro e di aggregazione, in cui grandissimi come Mulatu Astatke, Tilahun Gessesse, Getatchew Mekurya, Mahmoud Ahmed, a cavallo tra gli anni 60 e 70, facevano danzare una generazione di giovani al ritmo ipnotico di quello che verrà poi definito ethio-jazz.
La mia non è che una piccola parentesi, volta a rendere giustizia, contestualizzando un poco, ad un movimento fondamentale, in cui il termine 'jazz' potrebbe a tratti risultare fuorviante, e rappresentativo se non di alcuni dei percorsi artistici a cui si è poco sopra accennato (ad esempio un Mulatu Astatke, che ebbe la possibilità di proseguire la propria carriera a Boston e New York, dove contaminò la propria musica con sonorità latine). Per rendere poi ragione dell'estrema attualità di questi suoni, non resta che citare due dischi a mio modo di vedere essenziali, usciti nell'ultimo decennio: l'ethio-punk (!!!) di Moa Anbessa di The Ex & Getatchew Mekurya(2007), e l'avant-jazz/funk afrofuturista (qui mi diverto io con le etichette) di Inspiration Information di Mulatu Astatke& The Heliocentrics (2009). Lavori, a mio parere, da ascoltare, non soltanto se si è appassionati di nicchia funk-jazz.
Mulatu Astatke
Ma torniamo a bomba. La scorsa settimana mi arriva all'attenzione, fresco fresco di Soundway Records, questo Wondem di un tal Dexter Story.
Mi informo su internet, e apprendo che Dexter Story è un produttore e musicista losangelino, che ha lavorato con la créme dell'hip-hop/nu-soul americano. Trovandosi di recente a collaborare con la band emergente Ethio Cali, di stanza a LA, si appassiona - guarda un po' - alla scena ethio-jazz. Wondem(Soundway, 2015) non è che il frutto, naturale, ispirato, di questo itinerario di scoperta. I pezzi sono ad occhio quelli del repertorio classico ethio-jazz (mi salta all'occhio subito Lalibela), reinterpretati e riarrangiati secondo un gusto tutto personale, un po' pop, un po' electro, un po' afro-futuro. Spiccano la orchestrale Mowa, realizzata insieme ad un altro produttore-arrangiatore che personalmente trovo fantastico - Miguel Atwood-Ferguson, e la immateriale Yene Konjo ("mia bella", in lingua amarica).
Disco inaspettato, che si insinua con delicata fermezza. Bello.
Ayub Ogada, Kenya, classe 1952, lo scopro solo ora. E' una di quelle epifanie che, cogliendoti impreparato, ti fanno inchiodare bruscamente nel mezzo del fare quotidiano. Come se tutto il resto corresse a velocità normale e tu rimanessi lì, immobilizzato, ad osservare - a prospettive invertite - quel 'resto' muoversi al rallentatore, ora in affanno, ora con leggerezza. Parafrasando Daniel Pennac, che si riferisce alla lettura nello specifico: la virtù paradossale dell'arte è quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso.
Ecco, questa è stata, pochi giorni fa, la mia scoperta di Ayub Ogada e della sua musica. Cantore sublime, una voce che è appena un sussurro e accarezza talvolta un mezzo falsetto che, complici i soffici riverberi acustici della lira (nyatiti), fa davvero materializzare il dolce ricordo di Nick Drake.
Segnalo le due pubblicazioni essenziali: Kodhi, uscito lo scorso aprile per la Long Tale Recordings, e registrato insieme al chitarrista Trevor Warren; En Mana Kuoyo, edito nel 1993 dalla Real World di Peter Gabriel, che ha sempre avuto fiuto nello stanare il talento in giro per il mondo.
Se quest'ultimo si focalizza sul binomio voce/atmosfere acustiche, e l'effetto è quello, meraviglioso, d'una sorta di Pink Moon che volge la propria poesia al cielo australe, Kodhi si apre a suggestioni lontane, vagamente west-coast (quella californiana), come se al posto di Warren, a duettare con la lira di Ogada, ci fosse un Jerry Garcia intento a comporre i suoi inni al Sole e alla Luna.
Tra la Luna Rosa, le Montagne della Luna, i Cieli del Nord e del Sud, si crea così un indicibile corto circuito emozionale.
Uno dei miei pezzi preferiti da uno dei miei album preferiti dei Byrds (The Notorious Byrd Brothers, 1967). Da rabbrividire, totalmente straniante, e per l'idea di musica che c'è dietro (il classico pezzo psichedelico 'alla Byrds', che avanza sospeso e leggiadro sino allo scontro/sovrapposizione con spari e fanfare militari), e per quel che racconta il testo (ecco il paradosso: un suono così dolce non lo si immaginerebbe mai corrispondere a simili tematiche ... eppure quelli erano gli anni della guerra in Vietnam).
Accade, forse più spesso di quanto possiamo immaginare, che gli epigoni di un gruppo o di musicista influente contribuiscano a renderne nebuloso o impreciso il ricordo. Altro che perpetuare il verbo del maestro, spesso ci troviamo dinanzi ad operazioni di annacquamento; quando va bene a tributi affettuosi o compitini fatti con mestiere; quando proprio va di lusso ci si imbatte in musicisti di spessore (i primi che mi vengono in mente sono gli Antibalas) o in processi di meticciato di alto livello (vedi il recente progetto Classica Orchestra Afrobeat).
Sappiamo ad ogni modo che la realtà è nell'occhio di chi guarda - di chi ascolta in questo caso, ma è innegabile che in questi ultimi dieci-dodici anni siano proliferate band e artisti idealmente riconducibili al calderone afrobeat. Di norma cerco di ascoltarli tutti, perché questa musica, come si dice, è decisamente la mia tazza di tè. E più d'una volta ho scovato gemme preziose e piacevoli sorprese.
Però Fela era Fela. E la sua musica lascia ancora disorientati, disancorati. Molti gruppi ne hanno colto per lo più l'aspetto ritmico e hanno sfruttato le possibilità offerte dagli strumenti a fiato, ma la sua musica era qualcosa di più e di molto diverso. In primo luogo per la valenza sociale e politica: Fela aveva preso una posizione molto netta e definita contro qualunque tipo di imposizione autoritaria e di colonialismo. E poi, da un punto di vista strettamente sonoro, nelle sue composizioni si odono suggestioni e tessiture che rimandano ad altro, che lasciano sospesi in un limbo sfolgorante dove l'highlife e i ritmi dell'Africa Occidentale si accoppiano con groove e giri di basso incendiari, come se le black music di entrambe le sponde dell'Atlantico dialogassero all'insegna del funk. Ma non solo. Riascoltando Zombie, ad esempio(1976; Zombie / Mister Follow Follow / Observation Is No Crime / Mistake), si avverte un'atmosfera sospesa, di creazione in itinere, come di strade che vengono percorse nel mentre vengono tracciate, che non riuscirei a descrivere meglio se non con l'espressione jazz.