"Per questo, abbiamo deciso di costruire, con alcuni expoemi, cinque storie alternative, cinque favole che Expo non vi ha raccontato, cinque contronarrazioni per riattivare il dubbio.
Le abbiamo scritte a piccoli gruppi, collettivamente, perché pensiamo che anche il modo di produrre una storia faccia parte dell’altrimenti che si vuol raccontare, desiderare e infine costruire.
Chissà quando avremo (SE mai la avremo) una continuazione del progetto Mondo Cane. Mike Patton, d'altra parte, è imprevedibile.
L'unico fatto certo è che sul disco, datato 2010, erano finiti soltanto una decina di pezzi (con alcune esclusioni eccellenti ...).
E pensare a come ancora potrebbe divertirsi (e far divertire noi, ovviamente), con ulteriori Modugno, un Carosone ...
Intanto consoliamoci con questi due bellissimi concerti, il primissimo al di fuori dei confini italici (Amsterdam, 2008), il secondo a Santiago del Cile (del 2011), che vede la performance priva della tromba di Roy Paci ma arricchita dal delizioso swing di un clarinetto e di un flauto traverso (suonati da Enrico Gabrielli dei Calibro 35!).
Ed io continuo a sognarlo mentre canta Parlami d'amore Mariu' e Vecchio Frack ...
Da quando Giuliano Palma è diventato una icona pop, i Bluebeaters mi sono risultati indigesti. Eppure quante volte ho ascoltato, da adolescente, quel loro primo disco omonimo. Lo avevo persino ordinato su internet, perché veniva venduto solo sul loro sito ufficiale. Bei tempi.
Questo Everybody Knows (Record Kicks, 2015) mi riporta un po' a quella magia, a quel divertimento, all'epoca in cui alla musica chiedevo semplicemente (poca roba?) un piacere immediato e una distrazione piacevole. Ora ci sento tutto il mestiere, detto nel senso più onorevole del termine, ovvero il gusto e il talento dei musicisti, nello scegliere pezzi e arrangiamenti; la loro passione per la nostra musica in toto. Al di là degli apripista per le radio, Roll With It e Hungry Hearts, Everybody Knows percorre tempi e generi più disparati, riconducendoli all'estetica del quadretto in bianco e nero.
La versione di The Model dei Kraftwerk strappa ben più che un sorriso, il coro di Neil Young in Everybody Knows This Is Nowhere trasformato in melodia sassofonata, gli Smiths (!), Britney Spears (!!!), Brook Benton, Luigi Tenco, i titoli di coda di Vangelis in Blade Runner ... tante delizie.
Ma il tocco di classe, dimostrazione di sapienza e passione non comuni, è la funambolica Glad dei Blind Faith. A dir poco splendida, pare quasi rinascere in vesti ska/rocksteady.
Niente, volevo scrivere due righe e come spesso accade ne ho accumulate ben di più. Non perdete altro tempo allora, tutti sul dancefloor coi Bluebeaters ;-)
Ayub Ogada, Kenya, classe 1952, lo scopro solo ora. E' una di quelle epifanie che, cogliendoti impreparato, ti fanno inchiodare bruscamente nel mezzo del fare quotidiano. Come se tutto il resto corresse a velocità normale e tu rimanessi lì, immobilizzato, ad osservare - a prospettive invertite - quel 'resto' muoversi al rallentatore, ora in affanno, ora con leggerezza. Parafrasando Daniel Pennac, che si riferisce alla lettura nello specifico: la virtù paradossale dell'arte è quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso.
Ecco, questa è stata, pochi giorni fa, la mia scoperta di Ayub Ogada e della sua musica. Cantore sublime, una voce che è appena un sussurro e accarezza talvolta un mezzo falsetto che, complici i soffici riverberi acustici della lira (nyatiti), fa davvero materializzare il dolce ricordo di Nick Drake.
Segnalo le due pubblicazioni essenziali: Kodhi, uscito lo scorso aprile per la Long Tale Recordings, e registrato insieme al chitarrista Trevor Warren; En Mana Kuoyo, edito nel 1993 dalla Real World di Peter Gabriel, che ha sempre avuto fiuto nello stanare il talento in giro per il mondo.
Se quest'ultimo si focalizza sul binomio voce/atmosfere acustiche, e l'effetto è quello, meraviglioso, d'una sorta di Pink Moon che volge la propria poesia al cielo australe, Kodhi si apre a suggestioni lontane, vagamente west-coast (quella californiana), come se al posto di Warren, a duettare con la lira di Ogada, ci fosse un Jerry Garcia intento a comporre i suoi inni al Sole e alla Luna.
Tra la Luna Rosa, le Montagne della Luna, i Cieli del Nord e del Sud, si crea così un indicibile corto circuito emozionale.
«Nell'invecchiare - e, in realtà, non è che sia poi così vecchio: neanche arrivo ai sessanta - scopro che per me il passato ha più importanza del presente. Non sarà un bene, però è la verità. All'epoca tutto era più intenso. Il sole era più caldo. Il vento più fresco. I cani più svegli..... Non sempre la verità da soddisfazione e, a tirar le somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa».
Ode al grande Joe R. Lansdale, cantore dell'adolescenza come solo i grandi - Ray Bradbury, Harper Lee, Mark Twain - hanno saputo fare.