E' consigliato parlare con gli sconosciuti ...

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venerdì 12 maggio 2017

Shades of Blue



Le blue notes sono note particolari che si trovano nel jazz e nel blues. Si tratta di note abbassate di un semitono, cioè suonate o cantate in maniera calante. Gli europei le battezzarono blue notes, cioè note tristi, per dare un nome al senso di nostalgia e straniamento che colpiva l'ascoltatore. Musiche così malinconiche, sospese, cariche di possibilità: concepite non nelle provette dei salotti ma a partire dallo sporco, dal sudore, dalle lacrime e dalla voglia di redenzione di un intero popolo, prima eradicato, poi venduto e schiavizzato, infine segregato.

Moonlight inizia sulle note della canzone di Boris Gardiner, "Every Nigger Is A Star", un pezzo soul. Il primo 'white man' in Moonlight lo si vede, messaggio chiarissimo, verso la fine e fa la comparsa in un ristorante. 

Tuttavia Moonlight è un film universale come pochi. 
Violento come pochi. Delicato come pochi.

Le vicende narrate potrebbero rappresentare fatti e storie che avvengono ovunque: la violenza persecutoria del gruppo nei confronti del membro fragile/diverso, il tema dell'identità, della scelta, dell'affettività possibile in un contesto dove predominano il machismo, l'omofobia e l'enfasi sulla dimensione fisico-aggressiva come modalità comunicativa e di inclusione/esclusione. 
Al contempo è un'opera estremamente radicata in un contesto storico e socio-culturale, parabola triste e poetica di un negletto tra i negletti.
Ambientato a Liberty City, periferia nord di Miami popolata per la quasi totalità da afroamericani e da immigrati di origine ispanica, con tassi di criminalità altissimi, Moonlight parla il linguaggio degli esclusi, dei non visti, di coloro che devono prima scendere all'inferno per poi, forse, trovare un'opportunità di riscatto e salvezza. A quale prezzo e con quali sacrifici sono il conto faustiano da aspettarsi in cambio.





Blue songs are like tattoos
You know I've been to sea before
Crown and anchor me
Or let me sail away


Sceglimi, ancorami, o lasciami andare via sulle onde del mare.

"Alla luce della luna i neri sembrano blu", dice Juan al piccolo Chiron, poco prima di battezzarlo nelle acque dell'oceano e di farlo simbolicamente (ri)nascere. Il dono della vita insito nel gesto di qualcuno che, per la prima volta, 'ci vede'.





La luce della luna mette in risalto le sfumature: cadono maschere, ci si sente nudi e onesti. Senza paura di mostrarsi nelle proprie intime fragilità.

Blue here is a shell for you
Inside you'll hear a sigh
A foggy lullaby
There is your song from me

Blue, eccoti il riparo di una conchiglia, dentro vi ascolterai un sospiro, una ninnananna caliginosa: la mia canzone per te. 

Blue di Joni Mitchell pare scritta apposta per seguire le tappe di questa educazione sentimentale.

Quali alternative, quali sentieri di crescita possibili in un mondo dove il maschile non sembra conoscere linguaggio altro se non quello dell'ostentazione distruttiva della legge del più forte, un maschile terrorizzato anche dalla sola idea di tenerezza, e che quand'anche conosca un linguaggio affettivo finisce per sporcarsi e per contraddirsi (Juan, un 'deviante' come miglior modello di riferimento disponibile)? Un mondo dove il femminile-materno non ne esce granché meglio, con una madre tossicodipendente e maltrattante ed un'altra figura, più positiva, che tuttavia non può accudire e proteggere sino in fondo (Teresa).


Che persona voglio diventare?, sembra più volte chiedersi Chiron, in quei primi piani profondamente espressivi e dolenti di lui che si guarda allo specchio e vede un ragazzino perdente e perduto: naso rotto, sanguinante, volto che è un campo di battaglia di ferite, anche emotive, soprattutto emotive. La vergogna che si tramuta in rabbia, in quello che è lo snodo decisionale della storia.





Hey Blue, here is a song for you
Ink on a pin
Underneath the skin
An empty space to fill in
Well there're so many sinking now
You've got to keep thinking
You can make it thru these waves
Acid, booze, and ass
Needles, guns, and grass
Lots of laughs lots of laughs
Everybody's saying that hell's the hippest way to go
Well I don't think so
But I'm gonna take a look around it though
Blue I love you


Hey Blue, ecco una canzone per te. Inchiostro su di un ago, sotto la pelle. Un vuoto da riempire. Tante, tante volte la sensazione di affondare, ma tu devi pensare che puoi farcela in mezzo a queste onde. Acido, alcool, sesso, aghi, pistole, erba, ma anche un sacco di risate. Tutti dicono che l'inferno è il posto più alla moda dove andare, beh io non ci credo, ma darò un'occhiata.
Blue, io ti amo.


Per fortuna, come nel jazz e nel blues le note blu aprono spazi di poesia in cui perdersi, respirare e ritrovarsi, anche Chiron si ricorda a un certo punto di essere, dopotutto, un centauro: corpo di animale ma cuore di uomo, che batte, e non si è ancora annerito del tutto. 
Scopre, grazie allo sguardo di Kevin e al ricordo di una notte che si è impressa come un tatuaggio sulla sua pelle, di avere ancora (di avere sempre avuto?) il cuore blu.





Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l'aria entrava nella santa dimora di Dio.

-- "Ragazzo negro", Richard Wright

mercoledì 12 aprile 2017

Jazz Tracks


tratta da

Washington Suite
(Asha Recording, 1970)

The Lloyd McNeill Quartet

sabato 18 marzo 2017

Savane


Ali Farka Touré - Savane 

(World Circuit, 2006)


Tenete conto che, per me, la discografia di Ali Farka Touré (sempre sia lodato, e mai comunque abbastanza) si aggira mediamente tra il 9 e il 10. Di certo le ultime uscite, insieme a Toumani Diabaté (In The Heart Of The Moon e Ali & Toumani), entrambe di una grazia inaudita, rappresentano due tasselli imprescindibili dell'arte del Nostro. Ma ho l'impressione che l'ultima incisione in studio a nome Ali Farka Touré, Savane (2006), sia passata quasi inosservata, un poco in sordina. Invece, riascoltandolo a più di dieci anni di distanza, si (ri)scopre un album di bellezza incredibile. 
La title track è uno dei blues più intensi che abbia mai interpretato. Soya è un brano Mande gioioso e incontenibile; Machengoidi è invece la versione originaria del pezzo poi riproposto in versione acustica con Toumani. E poi qua e là spruzzate di sax e voci della sua gente (N'Jarou): quanto splendore.

Fa male al cuore pensare che Ali ci abbia lasciati poco dopo le sessions dedicate a Savane. Ma c'è da sentirsi fortunati sapendo che Ali is here, comunque.






lunedì 13 marzo 2017

Il Principe Planetario



Altra gemma perduta del precedente, ricco 2016 è Planetary Prince del pianista Cameron Graves, nome caldo della scena jazz di Los Angeles, già nella band di Kamasi Washington (che presta qui il suo sax tenore insieme, tra gli altri, ai sodali Thundercat al basso, Ronald Bruner Jr. alla batteria).

Grasso che cola, forse troppo, dai virtuosismi di mr. Graves: gli scenari dipinti, nella loro opulenza, sono ricchi e cangianti, l'affiatamento tra i musicisti evidente.

Roba buona, ad ogni modo.




Cameron Graves: piano; 
Kamasi Washington: sax (tenore); 
Ryan Porter: trombone; 
Philip Dizack: tromba; 
Hadrien Faraud: basso; 
Stephen "Thundercat" Bruner: basso; 
Ronald Bruner Jr.: batteria.

domenica 12 febbraio 2017

Non è mai troppo tardi

Josef Leimberg
Astral Progressions (World Galaxy Records, 2016)
Se vi è piaciuto il soul-jazz di Kamasi Washington nel 2015, allora Astral Progressions del trombettista Josef Leimberg è il disco che fa per voi: titolo e immagine di copertina sono già indicativi di quanto troverete all'interno. Più spostato verso sonorità nu-soul rispetto a Kamasi (che peraltro suona in un paio di pezzi), ma si tratta di materiale di ottimo livello. Peccato averlo scoperto in seguito, avrebbe potuto stare tranquillamente in top 10.



Amadou Binta Konté & Tidiane Thiam
Waande Kadde (sahelsounds, 2016)
Qui siamo in territorio sahelsounds. Amadou Binta fa il pescatore nella vita, ma suona splendidamente l'hoddu, una sorta di liuto costruito con legno e pelle di pecora o capra, tipico dell'Africa Occidentale (e simile per tipologia allo ngoni suonato da Bassekou Kouyate, che però lo utilizza per lo più elettrificato). Tidiane Thiam è invece un chitarrista, che solitamente suona coi Lewlewal de Podor.
Il disco è frutto d alcune sessions improvvisate tra i due musicisti, e registrato nell'omonimo villaggio (Waande Kadde), nell'estremo nord del Senegal. Che dire, non mi stancherò mai di musica come questa.


Fawda Trio feat. SwamiMillion
Road To Essaouira (Original Cultures, 2016)

Lietissima scoperta, grazie all'amico Borguez!
Fawda Trio è un gruppo di Bologna che, insieme ai londinesi Swamimillion, ha compiuto un paio di anni fa un viaggio - letterale ed artistico - alla scoperta della musica gnawa, originaria del Marocco (nello specifico la splendida città atlantica di Essaouira), e suonata tradizionalmente come trance-music da accompagnarsi a riti e cerimonie di stampo mistico-religioso.
Road To Essaouira, in cui compare anche lo storico musicista gnawa Maleem Soudani, è una rielaborazione credibile e audace di tale patrimonio, filtrata attraverso i linguaggi dell'hip-hop, del jazz e dell'elettronica, che propone alcune reinterpretazioni oltre che alcuni brani originali.
Una validissima alternativa alla sfiancante settimana sanremese.


lunedì 16 gennaio 2017

No need for a stairway ...





Se il Paradiso esiste credo che abbia questo suono. Quattro album dal 1995 al 2004. Indimenticabili.

Ripresi in mano qualche giorno fa, non riesco più a rimetterli sullo scaffale.










domenica 15 gennaio 2017

They got the blues



Video splendido per un pezzo altrettanto evocativo. 
Tornano i Tinariwen con Elwan, in uscita il 18 febbraio per la ANTI- e registrato, come il precedente album, nel deserto di Joshua Tree in California. Ho sentito altri due-tre brani e il livello sembra essere quello di sempre, ovvero medio-alto.

Se dovessero domandarmi cosa hanno di diverso i Tinariwen dallo stuolo di tuareg-rock bands che si sono moltiplicate in questi anni, con risultati artistici alterni, lo riassumerei in questo modo: they got the blues. Ovvero solo loro riescono a creare un'atmosfera che è il riflesso di un moto dell'anima. 
Che è quella ipnotica e pacificante del deserto, del cielo, e della sabbia. A qualunque latitudine e in qualsiasi continente essi si trovino.



domenica 8 gennaio 2017

Wareika Dub



Mi va di inaugurare il 2017 con un disco uscito esattamente 40 anni fa, e ristampato di recente in versione espansa.

Siamo dalle parti dei 'figli del Negus', ovvero di quei musicisti jamaicani di cui si è parlato qui mesi fa, dediti ad una miscela di reggae, dub, jazz e ritmi africani, che hanno fatto dell'immaginario legato alle mitiche origini del Rastafarianesimo (che vedeva in Hailé Selassié una sorta di profeta/salvatore) il loro credo e la loro bandiera. 
E' incredibile constatare, peraltro, quanto la carismatica figura di Bob Marley, spesso purtroppo commercializzata nei suoi aspetti più superficiali, abbia posto in ombra una miriade di autentici campioni.





Man From Wareika (Island/Blue Note, 1977) è un'altra gemma. Dub copto, ecco qual è la denominazione ideale, come peraltro suggerisce la copertina.

Il disco è conosciuto anche come l'unico album reggae pubblicato dalla Blue Note. Ma al di là di questo, Rico - che è tuttora in circolazione - è stato una delle figure cardine di quel movimento che ha portato a far evolvere lo ska dei primi giorni nel jazz/roots-reggae dei '70. 

Merita ben più di un ascolto.